ONCE
Ci sono certi film che dopo che li hai visti ti viene voglia di prendere la gente per i capelli fuori dal cinema e portarla dentro la sala per farglielo vedere. Spesso questi film passano inosservati e senza troppo rumore dalle sale cinematografiche, se riescono ad arrivare in qualche multisala forse gli capiterà di avere tra gli spettatori qualche distratto reduce del sabato consumistico mischiato ai pochi adepti sinceri, altrimenti probabilmente nemmeno quelli. Spesso questi film sono indiscutibilmente migliori di altri, non per la fotografia o per la regia o per l’originalità della storia, semplicemente per il modo sincero e onesto in cui vengono fatti. E’solo questa la differenza tra un buon film e una cacata commerciale, la motivazione, non certo il risultato o le tecniche cinematografiche.
ACROSS THE UNIVERSE
Di Julie Taymor
Dalla bellissima canzone degli stadio in poi mai avevo trovato una risposta migliore alla domanda che la ragazzina di quindici anni con lo sguardo garbato gli occhiali e la vocina poneva agli adulti.
Chi fossero i Beatles non è facile da dire, impossibile da descrivere a parole, e per le persone come me che sono nate negli anni dei Nirvana e dei R.E.M. difficile da capire.
Ma ogni volta che una loro canzone finisce per entrare per caso in una colonna sonora di un film o di uno spot capisci che meglio di chiunque altro hanno saputo tradurre le immagini e le emozioni in musica, con testi e melodie semplicissime eppure complicate, anche se poi come nel caso di “I'm Sam” e del bellissimo musical di Julie Taymor sono altri a cantare le loro canzoni.
Nel film con Sean Penn erano artisti come Eddie Vedder, Stereophonics, Ben Harper e altri a cimentarsi con le loro canzoni, in questo caso sono direttamente gli attori a farlo, e Black Bird cantata da Evan Rachel Wood diventa un sussurro dolce e delicato, mentre "I Want to Hold Your Hand" cantata da T.V. Carpio è un lamento straziante e potente di un amore impossibile gridato nell'indifferenza di un campo da football, con i giocatori che diventano ballerini involontari.
Il film racconta la storia di Jude (Hey, Jude) e Lucy (Lucy in the sky with diamonds) e della loro perdità dell'innocenza, lui arrivato da Liverpool si perderà nella vivacità artistica di New York, lei lascerà gli agi e le comodità della propria famiglia e degli studi universitari perchè ingenuamente desiderosa di risolvere le contraddizioni della società Americana, e ovviamente racconta della loro storia d’amore. Ma è più che questo, perché i Beatles sono stati la colonna sonora di un epoca di cambiamenti, l’America stava trasformando la propria bandiera da simbolo di libertà in simb
olo di oppressione e guerra, e l’Adolescenza in quegli anni cambiò volto, diventò un momento della vita indipendente e non più un semplice momento di passaggio tra infanzia e maturità, acquistò importanza e valore, e gli adolescenti di quegli anni sono stati i primi a testimoniarlo. Il film racconta benissimo tutto questo, lo fa raccontando una storia corale, lo fa con un susseguirsi di videoclip e rari momenti di dialogo, e se in certi momenti si lascia andare troppo alle atmosfere psichedeliche e grottesche, in altri le interpretazioni degli attori e le immagini si legano benissimo alle parole e alla musica.
Tanti sono i momenti che colpiscono, dalle fragole che gocciolano sangue come un cuori feriti durante le note di “Strawberry Fields Forever” al viaggio in metrò col sottofondo di “Across The Universe”.
E’ un film anche per chi non ama i musical, più vicino a Moulin Rouge che a Chicago, un film da veder
e sicuramente, se non altro per trovare una risposta migliore delle parole alla domanda su chi fossero i Beatles.
L’altro motivo per guardare il film è sicuramente Evan Rachel Wood, non è bellissima e forse non è nemmeno una brava attrice ma ha lo stesso sguardo di Chloe Sevigny, uno sguardo che non ti lascia in pace, che ti trapana la fantasia, t’impiastriccia i pensieri. Per dirla alla Baricco, Dio deve aver disegnato il suo sguardo e poi gli deve essere venuta in mente quell’idea stramba del peccato.
Michele
Roma cinema aperto
Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo, fino a quando non comincia a splendere. Emily Dickinson.
Viviamo sospesi tra due mondi: la parola e l’immagine. E’ tutto una questione di immagini, anche
nel luogo prediletto della parola, il libro, l’immagine conta. Quante sono le persone che almeno per una volta hanno preso in mano un libro colpiti dall’immagine della sua copertina? E’ la prima cosa che ti arriva, la prima che colpisce, gli occhi vogliono sempre la loro parte, e se la prendono, e a volte non possiamo proprio farci nulla. Ma la parola, la parola sta sotto, la parola è la voce dell’immagine, è tutto una questione di immagini… all’inizio. La parola poi è l’essenza, la sostanza, quello
che ti fa amare davvero qualcosa o qualcuno. Io amo la parola, ci credo fermamente,
ma non posso negare il valore e l’importanza dell’immagine. C’è allora qualcosa di molto bello, qualcosa di eccitante, qualcosa in cui parola e immagine si incontrano e si sposano, unendosi intimamente, senza poter più fare a meno l’una dell’altra. Come non rimanerne abbagliati lasciando che la mente gli occhi e il cuore abbiano tutti la loro parte? Come non amare quest’incontro? Io lo amo. Io amo il cinema. E a Roma c’è la sua festa. A Roma se ne respira l’aria.
UNA GIORNATA PARTICOLARE
di Ettore Scola: Un uomo ed una donna s’incontrano casualmente e, qualche ora dopo, fanno l’amore. Sono un omosessuale ed una casalinga rimasti soli all’interno di un caseggiato-casermone romano svuotato perché tutti (gli altri) sono andati a vedere la parata delle forze armate italiane il 6 Maggio 1938, il giorno della visita di Hitler a Roma. L’amore purtroppo non riuscirà a cambiare il corso delle loro esistenze. E’ la storia raccontata nel film, Una giornata particolare di Ettore Scola, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni (lui bravissimo, lei troppo Sophia Loren). Un film che attraverso l’incontro di due solitudini, di due tristezze, di due emarginazioni racconta come il fascismo, in una delle sue giornate trionfali, continui ad esercitare la propria violenza pubblica sul privato di due comuni, disorientati esseri umani. Due vittime inconsapevoli. Lei, Antonietta, incosciente e beata, tutta Duce e casa, tradita dal marito, in attesa del 7° figlio per avere il premio di natalità. Lui, Gabriele, annunciatore alla radio, in procinto di partire per il confino, desideroso di poter vivere liberamente la sua omosessualità, che dice: non sono io contro il fascismo, ma è il fascismo contro di me. Un film profondamente antifascista, molto più di tanto cinema militante, perché mette a nudo la farsa mussoliniana, perché attraverso il racconto della storia con la s minuscola riesce ad essere più eloquente dell’altra Storia, quella con la S maiuscola. I protagonisti non sono eroi, ma gente comune osservata in una vicenda molto personale, ma dolorosamente emblematica. Certo un film prima di essere qualcos’altro,
antifascista o meno, è una storia. Poi c’è la realtà in carne ed ossa, che non è quella proiettata su uno schermo bianco. Ma anche se Antonietta e Gabriele non sono realmente esistiti ci hanno sempre raccontato una storia reale. E quella storia comunica sentimenti, idee, valori riferibili ad una società completamente diversa da quella descritta nelle immagini del film Una giornata particolare. Qualche anno dopo quel 6 Maggio 1938 il popolo italiano vivrà altre giornate particolari, ma fortunatamente di segno opposto e a lieto fine: il 25 Aprile 1945 ed il 2 Giugno 1946. In quei giorni se Antonietta e Gabriele si fossero incontrati avrebbero potuto vivere liberamente il loro amore. Nel nostro piccolo ieri 14 ottobre 2007 una giornata particolare l’abbiamo vissuta anche noi del tandem di pace insieme a tanti nostri amici, insieme alla bellezza di Firenze e di tanti uomini che l’hanno attraversata con la bellezza dei loro pensieri di pace. Arrivederci alla prossima edizione di Viandanti di pace per le strade di Firenze.
Giovanni
La ragazza sul ponte
Cos’è l’amore? Ed esiste? E se esiste va reinventato oppure va bene cosi com’è? E la mezza mela? C’è la mezza mela? E perché ci sono mezze mele che si mettono con mezze pere? E mezzi cocomeri con mezze papaya che a loro volta intessono storie d’amore con mezzi limoni? E in tutta questa macedonia di anime, sentimenti, ricordi, rancori, asprezza(per via del limone) e gesti d’affetto, chi di noi è veramente in grado di amare? E perché si fanno film sull’amore puro e sincero quando nella realtà quasi mai e cosi? dove sono le ripicche nei film? Dov’è l’orgoglio ferito che non guarisce mai? Perché sul grande schermo ci sono sempre persone migliori di come siamo noi nella realtà? Perché siamo cosi bravi a raccontare storie d’amore fiabesche e quasi mai a renderle reali nella vita quotidiana? Poi però in tv è pieno di programmi come "Un posto al sole" o "amici", dove invece le ripicche e i rancori sono tutto, dove l’astio e l’odio riempiono i palinsesti, dove il rancore diventa auditel e successo….cosi mi chiedo come amiamo noi realmente, come la tv o come il cinema?
Ed esiste una reale distinzione tra amore televisivo e amore cinematografico? E questa domanda supererà la fatidica domanda su chi è più ebete tra qui, quo e qua nella classifica delle dieci domande più stronze di tutti i tempi? Ed esiste una classifica del genere? E io sto per caso cercando di battere il record di punti interrogativi in una recensione? E se si, a quale scopo? Ad ogni modo "la ragazza sul ponte" è uno di quei film che ti fanno venir voglia di essere innamorato come sul grande schermo dimenticando i dettagli stupidi che ogni storia d’amore si porta dietro, e non importa se tu sei un lanciatore di coltelli e lei un aspirante suicida che ha difficoltà a comportarsi normalmente(ma chi non ne ha?), o se tu sei la persona più difficile del mondo e lei la ragazza più facile del mondo (sessualmente parlando).
Perché il cinema non è come la tv, e l’amore sulla pellicola segue strade contorte, e una ragazza può essere una cura complicata, l’unica cura per una mente altrettanto complicata. Il film è bellissimo, per quanto mi riguarda uno dei più belli in assoluto, anche se a dire il vero mezza critica mondiale non lo considera il lavoro più riuscito di Leconte.
Comunque sono belli e mai banali i dialoghi, e credibili sono gli attori, ed altretta
nto bella è la storia d’amore tra i due protagonisti. Due anime strane e contorte, che si amano dal primo momento senza saperlo accettare. Ma di un amore che non è sesso e quotidianità, di un amore che tralascia le cose materiali per divenire solo un incontro di anime e solitudini. Girato completamente in bianco e nero e pieno di momenti grotteschi e surreali, il film non scade mai nell’assurdità, e mantiene per tutto il tempo questa specie di velato e ironico romanticismo. Adele (Vanessa Paradis) e Gabor (Daniel Auteil) si prendono gioco dell’amore e ancora di più dei propri sentimenti. Ma come da copione, al cinema la vere storie d’amore capitano a chi non ci crede più o a chi non ci ha mai creduto, e sono fatte di incontri e coincidenze fortuite come quella d’incontrarsi su un ponte di notte mentre pensi che sia arrivato il momento di farla finita.
L’incontro che magari prima o poi speriamo di fare tutti.
Ovviamente nel caso si decidesse di farla finita.
Michele
L'ALLENATORE NEL PALLONE 2

Ogni volta mi stupisco di essere italiano, questo ovviamente succede più spesso se finisco a riflettere su argomenti come la politica o il mal costume italico, e allora la distanza tra me e il mio paese aumenta e mi prende proprio il bisogno di veder scritto sulla mia carta d’identità, alla voce nazionalità, qualcosa di diverso. Che so, Irlandese o Svedese andrebbe benissimo.
Ma purtroppo mi rammarico ogni volta che sotto i miei occhi compare la scritta: Italiano. Adesso, che ho appreso che stanno per girare il sequel del “L’allenatore nel pallone” vorrei decisamente strappare la mia carta d’identità. E dopo che ho letto che prenderanno parte alle riprese gente come Gattuso, Materazzi e Totti ho anche sentito il bisogno
urologico di pisciarci sopra. Ma non si può.
Cosi mi chiedo se sia possibile che nella nazione che si definisce la patria del calcio più bello non si riesca a tirar fuori qualcosa di poetico e dolce su questo sport, anche una sottospecie di film inchiesta, un documentario su calciopoli, insomma qualcosa di dignitoso. E invece no, dal volgare putridio del cinema anni 70/80, di cui gli italiani non sembrano essere mai satolli vista la rivalutazione che il genere sta avendo negli ultimi anni, ecco rispuntare fuori anche Lino Banfi e Oronzo Canà.
Era proprio necessario? Invidio gli inglesi per film come: "Febbre a 90", "Best", "Sognando Beckam", "Hooligans", "Cose da fare prima dei 30 anni", e quanto altro di bello sono riusciti a produrre nel cinema e nella letteratura su questo sport. Invidio i sudamericani per avere gente come Valdano e Soriano che scrivono pagine di calcio bellissime. E sto male a sapere che in Italia il calcio si è allontanato sempre di più dall’immaginario e la tradizione popolare per diventare un affare di veline, tamarri e volgari saltimbanchi. Sempre più i calciatori italiani sono diventati testimonial del de
grado culturale che sta investendo il nostro paese, compaiono in trasmissioni abominevoli, si atteggiano a celebrità e girano spot a non finire perdendo di vista i valori di uno sport che era nato come povero e popolare. Ci si stupisce del perché in Inghilterra un calciatore-celebrità come David Beckam sia stato quasi odiato, ma forse è tutto da ricondurre a una coltura sportiva che in Inghilterra è legata alla passione, al riscatto sociale e al legame coi quartieri popolari e le periferie. Una cultura che in Italia non riusciamo ad avere, a partire dalle scuole calcio fino alla seria A,
Cosi nei film inglesi sul calcio vedremo recitare attori come Colin Firth, Elijah Wood e Keira Knightley e noi nel frattempo ci accontenteremo di Lino Banfi.
Infondo a ognuno il cinema che si merita..
Michele
Saved
(regia di Brian Dannely, 2004)
volgarità e la scemenza di Sex And The City. E poi lei è anche la donna a cui è dedicata praticamente l'80% della produzione musicale dei Counting Crows, e se una è la musa di un artista del calibro di Adam Duritz qualcosa ci deve pur avere.
Le altre facce note comprendono Macaulay Culkin il bambino di "mamma ho perso l'aereo" in versione handicappato su una carrozzina, Mandy Moore che condivide con Britney Spears la coincidenza di sapere recitare e cantare con la stessa mediocrità, e Michael Angarano il ragazzino di "Quasi Famosi". Mentre l'attrice protagonista, Jena Malone, è passata da film come "Donnie Darko" e "Orgoglio e Pregiudizio", e infatti è forse la cosa più pregevole del film.
Comunque sia la storia è quella di un gruppo di ragazzi ipercattolici della provincia americana che frequentano una scuola che ha nel parcheggio un raffigurazione gigante di Cristo, il gruppo che è sempre andato d'amore e d'accordo comincia a vacillare quando il sesso entra a far parte della loro vita. Il ragazzo di Mary (Jena Malone) si scopre gay, allora lei sconvolta decide di aiutarlo sacrificando la propria verginità per redimerlo dalla perversione in cui rischiava di finire. L'atto, seppur molto generoso e apprezzabile però non ha i suoi frutti, e il sodomita finisce in una casa di cura, mentre la povera Mary, che da brava cattolica rifiuta l'uso di qualsiasi anticoncezionale, si ritrova incinta. Il disappunto di Mary si manifesta nella battuta simbolo del film in cui accusa la vergine Maria di aver usato troppo presto l'idea dell'immacolata concezione e di aver quindi messo nei guai milioni di ragazze che non hanno più potuto usarla.
Per il resto il fil
m critica un po' l'integralismo cristiano di certe province americane ma lo fa in modo amorevole e senza essere mai troppo cattivo. Il tema era sicuramente interessante ma tutto finisce per essere appiattito dai toni troppo semplicistici della commedia. E se in altri casi l'ironia e il sarcasmo possono essere comunque armi per attaccare in modo utile certe perversioni della nostra società, in questo caso il gioco non riesce.
Cosi ti ritrovi a veder passare sullo schermo temi importanti come l'educazione sessuale, l'integralismo religioso e il fraintendimento dei valori del cristianesimo, in modo superficiale e privo di spessore. L'unico spunto più velenoso è quando Hilary Faye (Mandy Moore) arrabbiata con Mary per non aver accettato la proposta di esorcismo che le viene gentilmente offerta prende una bibbia e gliela scaglia contro. Mary prende il libro in mano e le risponde piangendo che la bibbia non è un arma.
Ma questo è lo spunto più critico del film.
Michele
Ed eccola qua la vita vera. Capita che il pomeriggio di S. Valentino uno s’imbatta via VHS in un film capolavoro dentro lo schermo domestico, formato A3, sistemato tra il camino e l’attaccapanni. Il film è una storia d’amore che finisce (ma con una piccola sorpresa-speranza finale) proprio il giorno di S. Valentino. Vedere per S. Valentino un film di un amore che finisce proprio il giorno di S. Valentino è il mas
tti i ricordi del protagonista vissuti con la sua amata. Ma il cervello di Joel cerca di resistere e la lotta con la macchina scaccia-amore (o macchina chiodo schiaccia chiodo) è un susseguirsi ganzissimo di visioni, sogni, trovate, mescolamento dei tempi. La lotta del cervello arriva dritta al cuore e ai nostri sensi. La regia di tutto questo bel casino è di Michel Gondry (in sala in questi giorni con l’arte del sogno). Per gli amanti della biancheria intima posso segnalarvi le mutandine a strisce bianche e rosa (non mi ricordo se le strisce sono orizzontali o verticali…..: via al televoto!) indossate da Kirsten Dunst che nel film ha una piccola, ma significativa parte. Kirsten aveva affermato in un intervista che non si sarebbe mai fatta vedere in mutande dopo che Postal Market non l’ha voluta per il suo catalogo. Bugiarda!